Roberto Baggio ha rappresentato un “unicum” nella storia del calcio italiano, da sempre dilaniato da campanilismi e contrasti interni. Nessuno come il “Divin Codino” è stato capace di unire gli appassionati di calcio a tutte le latitudini, al di là dei colori indossati. Nessun come lui è riuscito ad essere amato da tutti, proprio tutti (a parte qualche allenatore). Forse perché, come diceva il grande Lucio Dalla: “A veder giocare Baggio ci si sente bambini. Baggio è l’impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo”. E c’è un gol che più di ogni altro ci dimostra quanto questo fosse vero, quanto Roby riuscisse a rendere possibile l’impossibile, e con una naturalezza tale da far sembrare tutto normale, un po’ come quando da ragazzi la domenica ci si sveglia alle 10 di mattina e si va a far colazione con gli occhi semiaperti, scoprendo con sorpresa ed invidia che i nostri genitori sono già attivi da qualche ora.
Baggio e la provincia
Nell’estate del 2000 il più grande o quantomeno uno tra i più grandi calciatori italiani di tutti i tempi – il dibattito è aperto – è senza squadra. L’ormai 33enne fuoriclasse di Caldogno ha infatti terminato il suo burrascoso rapporto con l’Inter durato due anni e condizionato dalle numerose incomprensioni con il tecnico Marcello Lippi. E lo ha fatto da par suo, con una straordinaria doppietta nello spareggio Champions contro il Parma.
- Spareggio Champions League 2000: Inter-Parma 3-1.
Baggio decide dunque di tornare ragazzo e ricomincia ad allenarsi, da solo con il suo preparatore, a casa sua, nel campo che ha calcato fin da piccolo, tra l’affetto dei suoi cari e della sua gente. Sa infatti che il suo corpo, e soprattutto le sue martoriate ginocchia, non possono mai fermarsi. E proprio quando inizia a valutare anche l’opportunità di smettere nel caso non giungessero offerte di lì a breve, arriva la chiamata del mitico Carletto Mazzone.
“Un giorno apro il giornale e leggo che la Reggina sta trattando Baggio. Telefono a Cesare Metori, un amico di Roberto, una cara persona che non c’è più e gli chiedo: “Ti chiedo un piacere, chiamalo e fammi parlare con lui”. Baggio mi disse che era vero ma che non era convinto perché non voleva allontanarsi dalla famiglia. Colsi al volo l’opportunità e gli chiesi ‘Ti piacerebbe giocare a Brescia?’. Roberto rispose ‘Magari’. Saltai in macchina, andai nell’ufficio del presidente Corioni e gli proposi ‘Perché non portiamo Baggio a Brescia?’. Corioni ci pensò un attimo e rispose ‘Baggio è come il cacio sugli spaghetti’. Roberto stava allenandosi a Caldogno, con il suo preparatore personale. Mi raccontò ‘Dribblo il mio preparatore e davanti ho il deserto’. Questa è la storia dell’emarginazione di Roberto Baggio. Perché fu emarginato? Dicevano che era rotto. Un paio di allenatori importanti gli avevano fatto terra bruciata. Cattiverie.”
Queste sono le parole con cui Mazzone descrive l’arrivo di Roby al Brescia. In realtà vi sono versioni contrastanti ed il presidente di allora del club lombardo Luigi Corioni, venuto a mancare nel 2016, ha sempre sostenuto di essere stato lui il primo ad avere avuto l’idea di portare il “Divin Codino” a Brescia.

Sta di fatto che il 15 settembre del 2000 Roberto Baggio decide con grande umiltà di ripartire dalla provincia presentandosi ai suoi nuovi tifosi e 15 giorni più tardi è in campo, con la fascia di capitano al braccio, per guidare i suoi compagni verso un obiettivo stagionale per lui inedito, la salvezza.
- L’ultimo dvd della serie “Io che sarò Roberto Baggio”, la collana di dvd distribuiti qualche anno fa da “La Gazzetta dello Sport”. Qui si ripercorrono gli anni di Roby al Brescia: a partire dal minuto 17’07” un breve stralcio della conferenza di presentazione e l’ingresso in campo per il primo allenamento tra due ali di folla festanti.
Il rapporto che si crea fin da subito tra Roby e Carletto Mazzone è meraviglioso, ma l’inizio del campionato non è facile, il Brescia fatica a fare punti e Roberto è costretto a fermarsi in più di una circostanza per i soliti problemi alle ginocchia e per uno stiramento. Le cose cambiano a partire da gennaio quando viene preso in prestito dall’Inter Andrea Pirlo. Mazzone ha un’intuizione: con il suo passo compassato, ma con la sua straordinaria visione di gioco e il suo lancio millimetrico, Pirlo è il regista perfetto per il suo Brescia, anche per lasciare maggiore libertà di manovra a Baggio che agisce da seconda punta dietro Dario Hubner. Inutile sottolineare come questa intuizione di Carletto, oltre a dare una svolta alla stagione 2000/2001 del Brescia, abbia anche fatto le fortune del futuro centrocampista del Milan.
Un gol da leggenda
È il 1° Aprile del 2001. In una domenica assolata allo stadio “Delle Alpi” di Torino è in programma Juventus- Brescia per la 24esima giornata del campionato di Serie A. È qui che si materializzerà quella che, a mio avviso, è la perla più bella tra le tante del Roberto Baggio calciatore. Il Brescia, nonostante i progressi di gioco mostrati negli ultimi mesi, occupa ancora la terz’ultima posizione in classifica, mentre la Juventus di Ancelotti, dopo la rovinosa sconfitta per 4-1 di una settimana prima in casa dei campioni d’Italia della Lazio, ha disperato bisogno di punti per continuare la sua rincorsa alla Roma capolista. Al minuto 86, con la Juventus in vantaggio per 1-0 grazie ad un gol di Gianluca Zambrotta, Pirlo riceve palla nel cerchio di centrocampo. Ciò che si nota immediatamente osservando l’azione sono le maglie “larghe”, sia nel senso piú letterale che in quello piú figurato del termine, in riferimento alla libertá che ha il regista bresciano di pensare ed eseguire la giocata, ma anche alla difficoltá della difesa juventina di scappare all’indietro. Un qualcosa di tipico del calcio di inizio secolo. Appena alza gli occhi Pirlo vede il movimento di Baggio ad attaccare la profonditá. Tra campioni ci si intende con un solo sguardo. Il lancio di Pirlo è con i giri contati, ma è comunque un pallone molto difficile che arriva da dietro con Van Der Sar a pochi metri di distanza pronto all’uscita. Il controllo di Baggio a seguire, con il collo del piede e con dribbling incorporato al portiere, è semplicemente poesia applicata al calcio. Non vi sono altre descrizioni possibili.
- Credo non esistano aggettivi che possano rendere giustizia alla grazia di questo gesto tecnico. La colonna sonora scelta da “Sfide” e la voce suadente di Ughetta Lanari “fuori campo” sono però appropriate per tentare di descriverlo.
Questo gol non rimane negli annali perché all’apparenza non accade nulla di trascendentale. Nessuna rovesciata, nessun dribbling ubriacante, nessun calciatore che salta metà squadra avversaria entrando in porta con il pallone, nessun tiro da 40 metri sotto la traversa. E badate bene, Baggio ha fatto anche gol di questo tipo. Guardare per credere.
- Uno dei tanti gol di Baggio realizzati dopo aver dribblato metà squadra avversaria.
Eppure in questa circostanza perfino il telecronista della partita, Mino Taveri, pare non rendersi conto della bellezza di questo gol, a cui non riserva l’enfasi destinata invece solitamente a gol generati, ad esempio, da bolidi dai 30 metri.
Ma è proprio per questo che questo gol è così speciale. Proprio perchè non avviene niente di esattamente speciale. È semplicemente la purezza del gesto tecnico portata all’estremo della sua efficacia. Un controllo che pochissimi altri giocatori nella storia del calcio sarebbero stati in grado di fare, un tocco mediante il quale spalancarsi la porta saltando contemporaneamente il portiere. Niente di superfluo, ma un gesto straordinario nella sua eleganza. In quei pochi secondi Baggio è in una condizione di perfetta armonia con il suo corpo, con il pallone, con il prato, con il mondo che lo circonda.
- Il gol di Baggio in versione animata.
Il Brescia, dopo questo pareggio a Torino, inizierà a scalare la classifica, raggiungendo addirittura una clamorosa qualificazione alla Coppa Intertoto dell’anno successivo, persa in finale contro il Psg.
Baggio a Brescia supera i cambiamenti d’epoca e si impone nella sua classicitá. Il codino è imbiancato e Roberto diventa un’immagine fuori dal tempo. Da quel giorno al “Delle Alpi” cadrà altre volte, tra nuovi bruttissimi infortuni e la dolorosissima mancata convocazione per il Mondiale del 2002, ma si rialzerà di nuovo, sempre, proseguendo in questo percorso fatto di discese ardite e di risalite, metafora di tutta la sua carriera, di tutta la sua vita, continuando comunque nel bene e nel male a deliziare tutti i suoi tifosi per altri tre anni. Nel 2004, in un San Siro commosso e vestito a festa per il 17esimo scudetto del Milan, l’addio al calcio del calciatore italiano più amato di sempre.

Perché in fondo si sa, “da quando Baggio non gioca più non è più domenica”. E no, gol come quello del 1° Aprile 2001 non se ne vedono più.

Baggio, Mazzone… Tutti rappresentanti di un calcio che non c’è più, purtroppo. E forse proprio per questo li amiamo così tanto.
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