Chi non ricorda la memorabile rovesciata di Pelè in “Fuga per la vittoria”, una delle immagini più celebri della cinematografia sportiva? Impossibile dimenticarla, un po’ per la bellezza estetica del gesto atletico, racchiuso in un’immagine iconica che tutti abbiamo avuto modo di ammirare almeno una volta, un po’ per la sua importanza all’interno della vicenda narrata nel film, in quanto permette alla squadra diretta da un’eccellente John Colby, ex giocatore del West-Ham interpretato da Michael Caine, di riagguantare il pareggio. Questa pellicola è stata collocata nel 2015 da Rolling Stone al ventunesimo posto nella classifica dei migliori film sportivi di tutti i tempi. La storia di questa improbabile squadra di calcio, formata da ufficiali britannici prigionieri delle forze tedesche, è liberamente ispirata alle vicende della celeberrima “Partita della Morte”.
- L’iconica rovesciata di Pelé in “Fuga per la vittoria”.
Una storia romanzata
La celebri, ma un po’ nebulose, vicende legate alla “Partita della Morte” hanno un loro principio il 9 agosto 1942, quando a Kiev, durante l’occupazione nazista dell’Unione Sovietica, si affrontarono le squadre della Start, una selezione di giocatori prelevati dalla Lokomotiv e dalla Dinamo Kiev, e della Flakelf, composta da soldati e ufficiali tedeschi per la difesa antiaerea o meccanici dell’aeroporto militare di Kiev. Questo storico match venne vinto dalla Start per 5 a 3 e divenne dunque forte simbolo di eroismo e propaganda per il regime sovietico.
Entrando nel campo della mitologia, o quantomeno dell’incertezza, leggenda vuole che, al termine della partita, gli ufficiali tedeschi uccisero o fecero prigionieri i componenti della Start per vendicare il disonore della sconfitta. Probabilmente questa narrazione nacque in seguito alla forte attività propagandistica che scaturì da questo evento così singolare. I giornalisti infatti utilizzarono sin da subito questa, che ad oggi è quasi certo essere stata una leggenda, per rappresentare questi calciatori come eroi morti per la patria. Con il passare degli anni e la disgregazione dell’Unione Sovietica, alcuni storici e giornalisti sono riusciti a ricostruire la vicenda nella sua completezza, con l’ausilio di alcuni numeri del “Nove Ukrains’ke Slovo”, un quotidiano famoso all’epoca dell’invasione tedesca.
Le premesse storiche
Il 22 giugno 1941 Hitler lanciò l’Operazione Barbarossa, ossia l’invasione dell’Unione Sovietica, con la quale venne rotto bruscamente il patto Molotov-Ribbentrop stipulato tra il Führer e Stalin il 23 agosto 1939, nel quale si stabiliva la non-aggressione vicendevole tra i due Paesi per i successivi 10 anni. Questa decisione colse di sorpresa gli invasi che non si aspettavano un’occupazione così improvvisa, data la stipulazione del patto avvenuta appena 2 anni prima: per la Wermacht, ovvero l’insieme delle forze armate tedesche, non fu difficile penetrare nel territorio sovietico, con un’avanzata di oltre 800 chilometri.

All’arrivo dell’esercito tedesco, i contadini sovietici accolsero i nazisti a braccia aperte, poiché considerati liberatori dall’assolutismo di stampo Staliniano, e quindi agevolarono il loro ingresso all’interno del paese. Su ordine di Hitler, la campagna di Russia doveva essere portata avanti ferocemente, diventando una vera e propria campagna di sterminio: fu così che gli invasi, vedendo la ferocia e la violenza dei nazisti, smisero di aiutarli e iniziarono a boicottare le loro iniziative, tanto da rallentare il processo di occupazione. Il 19 settembre 1941 la Wermacht entrò in quella che oggi è la capitale ucraina, riuscendo a vincere la celebre Battaglia di Kiev combattuta contro l’Armata Rossa a partire dal 25 agosto di quell’anno. Per gestire l’occupazione i nazisti elaborarono una strategia assai dettagliata, volta a riportare un’apparente situazione di tranquillità e normalità, per far ritornare in auge la vita sociale del paese, attraverso manifestazioni sia culturali che sportive. Alcuni giocatori di calcio delle squadre cittadine, ovvero la Lokomotiv e la Dinamo, furono rilasciati; si assistette, così, alla nascita di nuove strutture e società sportive, tra cui il Ruch, polisportiva di orientamento nazionalista che fu molto apprezzata dagli occupanti e che fu fondata da Georgij Svecov, ex calciatore della Zeldor Kiev, chiamata Lokomotiv a quel tempo. Svecov, però, non aveva considerato l’entrata in scena di Josef Kordik, impiegato del panificio industriale più famoso di Kiev e grande appassionato di calcio, che riuscì a riunire i migliori calciatori della Dinamo, squadra più forte d’Ucraina fino all’occupazione tedesca, per creare la Start. Un particolare assai rilevante per il proseguo della vicenda è che molti rappresentanti della Start facevano parte, almeno formalmente, dell’NKVD, ovvero il Ministero dell’Interno Sovietico, in qualità di agenti o graduati. In quegli anni, l’NKVD aveva molte funzioni all’interno dello stato: si occupava in primis dell’organizzazione dei Gulag, i campi di lavoro forzati sovietici, poi del controllo sia della polizia ordinaria che della milizia. Quest’appartenenza ad uno dei principali organismi politici sovietici risulterà loro fatale.
La ricostruzione della vicenda
Nell’estate del 1942 il Ruch, la Start, la Flakelf e altre rappresentative calcistiche, composte da membri di forze occupanti, diedero vita ad una sorta di torneo a Kiev; questo vide il dominio della squadra di Kordik, che fece leva su una superiorità tecnica schiacciante rispetto alle altre formazioni. I fatti riportano numerose incongruenze rispetto agli avvenimenti raccontati a proposito della “Partita della morte”: il 16 agosto, infatti, la Start incontrò i concittadini del Ruch in un match vinto dai primi citati con un perentorio 8 a 0, esattamente una settimana dopo la partita della morte, datata 9 agosto. Due giorni dopo, nove giocatori della Start furono arrestati e quattro di essi trovarono la morte di lì a poco. Molti storici hanno indagato in merito alla realtà dei fatti di quel periodo: in Italia, ad esempio, il professor Mario Curletto, docente presso la facoltà di lingue dell’Università di Genova, ha pubblicato un libro intitolato “I piedi dei Soviet”, in cui analizza lo sviluppo del gioco del calcio in Unione Sovietica dalla post-rivoluzione fino alla morte di Stalin. In questo libro è presente un lungo e documentatissimo capitolo riguardante “La Partita della morte”, in cui il docente cerca di riportare i fatti nella loro interezza e rielaborarli attraverso le ricerche da egli stesso effettuate. Da qui la scoperta che, subito dopo la liberazione di Kiev dai nazisti, alcuni giornalisti sovietici, sulla base delle informazioni recapitate loro da chi aveva assistito al torneo durante l’estate del ’42 e tramite i racconti di ex-internati di campi di concentramento, elaborarono una ricostruzione di ciò che avvenne ai membri della Start, formulando una versione della notizia di matrice fortemente patriottica. Questo racconto risultava vantaggioso per tutti: in primis per i giornalisti stessi, che avevano trovato un argomento assai accattivante da presentare al grande pubblico, sempre più sensibile al fascino di questo nuovo sport che, a partire dai primi anni ’30, aveva visto aumentare gradualmente la propria popolarità; in secondo luogo per il potere sovietico che aveva bisogno di eroi ed esempi da far seguire alle masse (emblematica a tal proposito la mitizzazione della figura di Stachanov, minatore che, con una nuova metodologia, aveva aumentato di 14 volte la produttività, ed oggi simbolo in tutto il mondo di instancabilità, perseveranza e lavoro incessante). Ed una morte a seguito di una partita disputata contro l’invasore, per quanto tragica e drammatica, non faceva altro che incentivare la popolazione ad agire in nome dello stato, in opposizione alla mancata ribellione dell’Ucraina centro-occidentale nei confronti dell’occupante in quegli anni. Questo racconto era inoltre favorevole anche per i giocatori sopravvissuti, in quanto lo scontro con il nemico su un campo di calcio, rispetto a quello di battaglia, poteva risultare, agli occhi del potere, come una sorta di collaborazionismo, con il rischio di detenzione nei campi di lavoro o nelle prigioni.
Nonostante la grande vulgata di queste notizie, le onorificenze ai partecipanti della Start arrivarono solo nel 1965 e non furono neanche di altissimo livello, considerando la grande popolarità che conquistarono tra le masse. A seguito della caduta dell’URSS nel 1991, le notizie su questa leggenda cominciarono a mostrare alcune palesi incongruenze, a causa di versioni differenti di alcuni protagonisti della partita, uno fra tutti Makar Goncharenko (autore di ben 2 reti in quel match). Egli, infatti, in un’intervista rilasciata nel 1984, aveva sposato la versione ufficiale rilasciata dai giornalisti sovietici, spiegando il gioco duro e a tratti violento della Flakelf durante la partita del 9 agosto, arrivando ad affermare che, il giorno dopo, tutti i giocatori della Start vennero catturati e torturati dalla Gestapo. Contrariamente a ciò, Goncharenko, dopo il crollo del Muro di Berlino e la disgregazione dell’ URSS, rilasciò ad un giornalista russo dichiarazioni molto diverse da quelle di qualche anno prima. Le motivazioni di questo brusco cambiamento vanno quasi certamente ricercate nella paura da parte del calciatore sovietico di andare contro l’opinione pubblica in un epoca in cui era molto pericoloso farlo, credendo di poter essere accusato di dire falsità. Ed è per questo che egli, in seguito agli eventi che hanno determinato un radicale cambiamento nella nostra società ed hanno sancito la fine di quello che Eric Hobsbawm ha definito “secolo breve” in un celebre saggio pubblicato nel 1944, ha potuto raccontare “a cuor leggero” ciò che era veramente accaduto durante e dopo quel fatidico match.
Un triste epilogo
Il velo di mistero che si cela dietro la “Partita della morte” è dato dal fatto che i giornali nei giorni a seguire non ne diedero alcuna notizia: il silenzio dei quotidiani sovietici destò molto sospetto, anche perché i match della Start avevano sempre grande diffusione tra le masse. Una possibile spiegazione a tale fenomeno è che le autorità naziste, nel corso dell’estate del ’42, operarono un brusco cambiamento riguardo l’atteggiamento, fino ad allora molto aperto, da tenere di fronte alle manifestazioni sportive, soprattutto nei confronti della popolazione civile; ciò è dovuto all’arresto dell’avanzata nel cuore della Russia, grazie alla difesa di Stalingrado. Secondo le documentazioni storiche sovietiche, la battaglia di Stalingrado ebbe inizio il 17 luglio 1942; in questa data, le forze armate tedesche, guidate dal generale Friedrich Paulus, entrarono in contatto con le truppe raggruppate da Stalin con grande difficoltà. Nonostante le numerose battaglie, la resistenza sovietica riuscì a vincere contro gli invasori, che si arresero il 2 febbraio del 1943. Oltre a questo scontro, che condizionò non poco la situazione estiva del 1942, va registrata anche la presenza di un nuovo governatore militare a Kiev, che irrigidì il regime di occupazione. Come è stato già detto, poi, quella contro la Flakelf non fu l’ultima partita giocata dalla Start, poiché essi, il 16 agosto, affrontarono il Ruch vincendo per ben 8 reti a 0. Due giorni dopo iniziarono gli arresti da parte degli ex membri della Dinamo a seguito tra l’altro, secondo quanto affermato da Goncharenko, di pesanti accuse lanciate da Svecov (fondatore del Ruch, la squadra nazionalista apprezzata dagli occupanti) nei loro confronti subito dopo la partita; è per questo che, a detta di molti, fu proprio questa la partita che decise il destino tragico della Start. L’arresto, la tortura e la successiva morte, insieme a quella di altri due compagni di squadra, del calciatore Nikolaj Korotkich, caduto nelle mani della Gestapo e accusato di aver fatto parte dell’NKVD, rappresentò sicuramente l’evento più significativo dell’intera vicenda. Come già detto, erano molti i membri di quella squadra ad essere coinvolti nel Ministero dell’interno sovietico, ma l’appartenenza di Korotkich a tale organismo fu inconfutabile.
- Il racconto de “La Partita della morte”, dalle parole di Federico Buffa. E’ la versione un po’ romanzata della vicenda, ma non importa, è sempre un piacere ascoltare l’avvocato.
Una domanda importante
Come mai le autorità naziste non hanno agito prima di fronte a tale conclamata posizione politica dei membri della squadra di Kordik? E’ questa la domanda più complessa a cui gli storici hanno tentato di rispondere nel corso degli anni. Probabilmente, durante l’occupazione ucraina, i tedeschi non tennero conto, non si preoccuparono di questo, auspicando una facile vittoria nei mesi successivi. Quando gli eventi iniziarono a divenire sfavorevoli, però, i nazisti vollero dare un ultimo saggio della loro ferocia nei confronti del nemico, proseguendo in questa opera di pura e semplice rappresaglia nei confronti dei membri della Start.
Si è potuto constatare dunque come, nonostante le ripercussioni per alcuni giocatori della Start siano state tragiche, queste non siano state una diretta conseguenza della partita del 9 agosto, ma del clima politico e di guerra che andava respirandosi e di una serie di circostanze, tra cui l’arenamento a Stalingrado dell’offensiva nazista in Russia, che portarono i nazisti a stringere le maglie sui potenziali componenti dell’NKVD e a compiere quest’ultimo atto di malvagità.
E’ dunque il contesto storico in cui tale partita si è disputata ad aver assunto un’importanza vitale in tutta la vicenda e ad aver fatto sì che, nonostante le innumerevoli incongruenze emerse nel corso degli anni, il mito della “Partita della morte” resista ancora oggi.
