De Rossi al Boca ci riconcilia con il calcio

Nel momento in cui ho cominciato a scrivere questo pezzo Daniele De Rossi aveva appena pronunciato le sue prime parole da calciatore del Boca Juniors nella conferenza stampa di presentazione.

Erano giorni che riflettevo sulla possibilità di esprimere un mio pensiero su questo trasferimento così romantico, così intriso di cultura, passione, amore per il proprio lavoro e ciò che rappresenta per milioni di persone nel mondo. Non sapevo se scrivere qualcosa fosse la cosa giusta e soprattutto ho molto meditato su quale potesse essere il modo migliore per rendere più accattivante e meno banale il contenuto del mio pezzo. Poi però ho ammirato l’accoglienza riservata a Daniele al momento del suo arrivo dagli innamorati tifosi del Boca, ho guardato la conferenza stampa, ho ascoltato le parole dell’ex capitano della Roma e del presidente del Boca Angelici, ho soprattutto osservato gli occhi di De Rossi, gli occhi di un ragazzino pieno di entusiasmo e gratitudine.

Ed allora ho capito: d’improvviso non contavano più niente le mie riflessioni precedenti su cosa dovessi scrivere per rendere originale il mio pezzo. Era semplicemente giusto che scrivessi. Lo dovevo a me stesso ed a quello che provo nel guardare rotolare un pallone su un prato. Dovevo esprimere la mia riconoscenza a De Rossi per questa sua decisione controcorrente che non cambia nulla eppure significa tanto.

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De Rossi in tribuna per assistere alla prima del suo Boca in campionato. Alla Bombonera contro l’Huracan è finita 0-0. 

Dunque sì, questa sorta di lettera di ringraziamento a “El tano”, ossia “L’Italiano”, il soprannome con cui i tifosi del Boca hanno iniziato a chiamare il loro nuovo idolo, sarà forse un po’ confusionaria, intrisa di pensieri sparsi, ricordi, banalità e luoghi comuni che avrete letto nell’ultima settimana in decine di articoli scritti sull’argomento, ma saranno banalità e luoghi comuni reali e sentiti.

“Credo che ogni giocatore dovrebbe avere l’ambizione di vivere quello che sto vivendo io. Se ti piace giocare a calcio devi affrontare un’esperienza come questa.”

Queste sono tra le parole più significative pronunciate lunedì da Daniele De Rossi che quantificano immediatamente la portata della sua decisione, per certi versi epocale, di andare a concludere la propria carriera in Argentina. De Rossi è infatti il primo calciatore italiano non oriundo ad indossare la gloriosa maglia degli Xeneizes e l’unico giocatore europeo di alto livello ad aver scelto il Sudamerica negli ultimi venti anni se la memoria non mi inganna. Ma è soprattutto uno dei pochi atleti che ad una pensione anticipata molto ben retribuita in Arabia o in Cina ha preferito realizzare uno dei suoi sogni d’infanzia: entrare da protagonista, da calciatore del Boca ne “La Bombonera”, laddove il calcio, più che in ogni altra parte del mondo, è religione. E con questo non intendo condannare assolutamente chi fa la scelta opposta, so bene come vanno le cose e che tali scelte dipendono da un’infinita di fattori. Mi limito però ad ammirare chi è stato capace di prendere una decisione così radicale, ma al contempo così profondamente umana, intensa, passionale.

“Ho vissuto 20 anni in un ambiente di matti dove si vive di calcio 24 ore al giorno. Sarei potuto andare in un posto tranquillo per rilassarmi oppure in un posto dove la gente è ancora più matta per il calcio. Alla fine ho scelto la seconda opzione.”

In queste parole c’è tutto Daniele De Rossi. Il Daniele De Rossi uomo. Il Daniele De Rossi calciatore. Il primo ricordo che ho di quest’ultimo è l’esordio con gol in Nazionale nel settembre del 2004 e quella corsa perdifiato piena di gioia e di entusiasmo. Sarà così per tutta la carriera. Ad ogni gol realizzato tornerà quella corsa grintosa, spensierata, genuina di quella sera di inizio settembre a Palermo. Mai niente di prestabilito, di deciso a tavolino, sempre le emozioni del momento a guidarlo nei suoi comportamenti in campo.

Italia-Norvegia 2-1 del 4 Settembre 2004. L’esordio degli uomini di Marcello Lippi nel cammino verso Germania 2006 è deciso dai primi gol in azzurro di De Rossi e Toni.

Questa impulsività, come spesso accade, lo ha talvolta penalizzato, portandolo a compiere gesti sconsiderati all’interno del rettangolo di gioco. Il più celebre, ma non l’unico, rimane senza dubbio la gomitata a McBride durante Italia-Usa ai Mondiali di Germania. Si rifarà in parte tornando in tempo per realizzare uno dei rigori nella finalissima contro la Francia.

Sono comunque gli anni in cui  De Rossi è uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. Ignora ripetutamente le sirene estere, ma la sua Roma è una squadra molto competitiva che si gioca, spesso perdendo, tutti i trofei nazionali con l’Inter. Tra il 2005 e il 2010 i giallorossi sono secondi in campionato per ben 4 volte (sempre alle spalle dei nerazzurri) ed Inter- Roma è per 5 volte la finale di Coppa Italia e per 4 la partita che assegna la Supercoppa Italiana. Una rivalità con pochi precedenti nella storia del calcio italiano che mi porta in quel periodo, da piccolo ma accanito tifoso nerazzurro, ad odiare sportivamente parlando l’allora giovane centrocampista della Roma, proprio per quel carattere spigoloso e quella tenacia che esibisce in campo e talvolta infastidisce gli avversari (e pure per qualche gol di troppo contro l’Inter).

Highlights della Supercoppa Italiana del 2007, decisa da un calcio di rigore realizzato da De Rossi e causato proprio da quel Burdisso che oggi lo ha portato al Boca in qualità di d.s. della squadra argentina.

Imparerò ad apprezzarlo successivamente, negli anni della seconda giovinezza calcistica, dopo le parentesi difficili sotto la guida di Luis Enrique e Zeman, per la sua intelligenza tattica, ma anche per la schiettezza e lucidità fuori dal campo. Indelebili nella mia memoria la prestazione maiuscola nel memorabile 3-0 al Barcellona dell’aprile 2018, così come le splendide parole nel post-partita con le quali ribadiva l’orgoglio di essere romano e romanista sempre, e non solo nei momenti di gioia e delirio come quelli.

E dunque Grazie Daniele per averci dimostrato che anche nel calcio milionario (che preciso di non disprezzare, ma di cui anzi comprendo le logiche), il cuore, la passione, l’audacia possono significare qualcosa. Perchè tu anche l’ultimo passo della tua straordinaria carriera hai voluto farlo a modo tuo.

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Io ti auguro solo di essere felice come lo eri da bambino semplicemente indossando una maglietta della Roma, immaginando però quel misto di gioia e nostalgia che ti pervaderà il 1° Settembre, quando, mentre al “Monumental” starai disputando il tuo primo Superclasico, dall’altra parte del mondo si giocherà il tuo amato Derby della Capitale. Quando si dice “ironia della sorte”.

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